William Stabile
Uscirà prossimamente il libro di William Stabile La forza degli schiavi (Dot.com Press Edizioni, di Fabrizio Bianchi). La prefazione è mia. Ne posto una parte (l’intero si potrà leggere sul libro, ovviamente, ma anche sul volume due di Blanc de ta nuque)

Leggere La forza degli schiavi significa dunque portarsi sulle spalle questa complessità, che è di formazione e biografica, frutto di letture spesso lontane dalla tradizione italiana e di una scelta stilistica che vorrebbe togliere la distanza fra popolo e scrittura, laddove appunto popolo non sia gregge, bensì soggetto attento al cambiamento, partecipe alle scelte, ente maturo di una democrazia ancora tutta da costruire.
Per entrare nell’opera in questione, vorrei citare parte dell’analisi che feci al suo primo capitolo “Dr. Livingstone, I suppose”, uscita l’anno scorso sul mio blog Blanc de ta nuque. In quell’occasione invitavo a leggerlo “come se fosse un blues, con i suoi tic tematici (e il suo ripetitivo giro di accordi): l’io che dialoga con Dio, che Gli racconta del lungo viaggio spaesante per conoscere se stesso e il mondo, del perdersi e del trovarsi tra le Sue pieghe, sempre con un leggero senso di colpa, in parte risolta con un’autoironia giocata in punta di lingua. William Stabile, su questa tessitura nera, ricama tuttavia una biografia bianca, dentro una realtà tardo-moderna dove ognuno cura il proprio orticello, e prende il taxi e gioca a sudoku, senza soluzione di continuità. Il procedere versale scarta rapidamente di lato, così che le scene, in questa preghiera infinita agìta dentro un capitalismo crudo, si succedono come le avventure dell’Orlando furioso, che qui, in apertura, si presenta sotto le mentite spoglie del Dr. Livingstone, che a propria volta sembra il doppio di Kurtz nel Cuore di tenebra conradiano. Tutto questo racconto senza rive, plurilingue, potrebbe essere letto come l’allegoria della scrittura, nostra pratica quotidiana dentro le tempeste e gli acquitrini della vita. La citazione di Plinio il Vecchio “Nulla die sine linea”, posta verso la fine del canto, serve a ricordarci che il viaggio nella parola non ammette chiari di luna, bensì pretende esercizio costante, che non porta – pare dirci l’autore – in alcun luogo sicuro, ma ci tiene nel mondo, in una vigile presenza. Ed è questa la “nostra rivoluzione” non armata, pacifista”.
Il poeta infatti, ce lo ricorda nell’intervista precedentemente citata, “è un provocatore, un duende lorchiano”, ma il suo “mitra è un contrabbasso” direbbe Demetrio Stratos, ben sapendo che violenza genera violenza e compito dell’uomo è abitare la terra, quella terra-natura pervasa da Dio: ce lo racconta nel secondo poemetto, “Ulisse”, in cui domina un panteismo spinoziano (Deus sive Naura), ma anche il tema del ritorno e la difficile conciliazione tra qui e altrove che costituiscono l’essenza identitaria, la nostra natura di stanziali mai domati dal primitivo nomadismo.
Tra qualche giorno vi posto qualche poesia del mio libro Le Voci della Luna
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